Fugacità (1998-9)
Produced for a curated exhibition of work by Australian women artists with an Italian background, Fugacità drew on a personal relationship between myself and my father’s cousin, Lucilla Bufardeci. As a poet and avid collector of art, Lucilla proved to be an unexpected familial encounter on my first tour of my father’s homeland. Fugacità is the title of the poem Lucilla dedicated to me, and it’s the one that features in this installation. Its content reflects upon the fleetingness of memory, experience and life.
Fugacità
9/14 agosto ’95
A Luisa viaggiatrice inquieta
alla ricerca di nuove esperienze
vv.224
In questa mia terra
isolana
approdo di genti diverse
in alterne vicende
ponte
di continenti
e di millenni
– visibili nei ruderi,
fioriti di abbarbicati capperi
rifugio di timorose lucertole
e ramarri
guizzanti in rapida continua fuga,
lasciati muti testimoni
di perenni mutamenti –
quante risa a lacrime
sono passato nel fluire del tempo
tumultuoso fiume in corsa all’Eterno.
Felicità e dolore
amore e odio
violenza e teneri abbandoni
sono pure sepolti in oscure tombe
coi corpi tramutati in polvere
di generazioni sconosciute
vissute
in giorni lontani.
Amarono pure il sole
e la luminosità dell’ostate
e ascoltarono l’azzurro Ionio
infrangersi sonoro a riva
e ascoltarono forse in ritorte conchiglie
(i lisci bordi lucenti
aperti rosei ventagli)
raccolte
con curiose meravigliate mani
attente
alla fragile loro bellezza umida di salso
pure il richiamo degli oceani
rumoreggianti,
l’eco di fortunali
di lacerate vele,
voci di procellarie,
sussulti di maree,
e guardarono desiderose veli
alti nel cielo
con aperte ali
a libero vento,
a notte il cammino
per sempre tracciato immutato
della luna nei limpidi pleniluni
e il suo cavalcare – sicura- le onde marine
con raggi d’argento,
e le remote costellazioni,
e camminarono per la via degli astri
e conobbero sogni
fanciulle
scomparsenella profondità della terra contuse alla terra
e non vi è memoria
dei volti leggiadri
della loro delicata bellenza
di movenze aggraziate
di turbamenti e paure
e desideri
vagheggiate speranze alate,
della loro ansia di vita
e ridenti corse por sentieri erbesi
e giochi con le noci
con la palla con le bambole,
con l’amore,
nulla è rimasto del loro essere state.
Rimangono ignote le nascoste necropoli
dei popola sepolti,
scompaiono i cimiteri.
Lasciano tracce le civiltà
perdute
in crittogrammi vanamente interrogati
muti al tempo
e alfabeti e linguaggi noti
decifrati
e graffiti rupestri
in buio grotte appartate
e corrosi immobili giganti al tempo
solenni monumenti,
in trasmesso pensiero
e filossofico indagare
e religiose certezze
e dubbi
e celati segreti dell’universo
svelati
sempre uguali e diversi
– come le acque dei fiumi -,
non hanno nome
(privilegio di eletti),
sono parte di un tutto
chiamato “storia”,
leggenda dell’uomo in cammino
senza mai sosta
e ignorata mota
e divina breve avventura.
Ed io penso con angosciosa ribelle pena
all’ignoto futuro
quando anch’io sarò nella terra
e nessuno saprà di me
– lo che fui pure carne e essa
e sangue vivo
e sogni -,
del mio dolente tormentato pure appassionato
labile
giorno,
e pianto.
Già mia madre è scomparsa,
ora è concluso il suo tempo, ora è ombra nell’Ade,
ed io soltanto parlo di lei,
– con me stessa –
(con voce sommessa,
nel segreti pensieri,
presente nella memoria sempre,
alla luce del giorno,
nelle notti insonni,
in nostalgico tormento
per indomato amore,
consapevole della vanità
di ogni accorato richiamo
spenta la vita luminosa
irrevocabile,
senza ritorno);
con pensoso struggente dolore
memore del suo rammemorare
la vedo fanciulla danzare
al suono di un’armonica
a cerchio con le compagne
dei giochi nel saluto gioioso
di benvenuto alla primavera,
al vento i serici riccioli bruni scomposti
e la veste leggera,
e la vedo delicata giovinetta
ansiosa
di un canno augurale
china a soffiare
sui flori dei cardi
ad interrogare il destino
la notte magica di San Giovanni
– la notte degli incantesimi,
di entità misteriose in ascolto vaganti
fra cielo e terra,
dei palesi desideri -;
in attesa;
la vedo giovane donna esultante
amata,
bella
come snella slanciata palma
non piegata da tempesta,
ed ora è soltanto un nome
su una lastra di pietra
all’ombra di una jacaranda
pietosa,
e un affusolato cipresso,
e un gelsomino
a confortare la notte eterna,
(per me, sua figlia),
lei dal volto incantevole
– di fiore –
e l’armonioso morbido passe e la grazia
di ninfa
e gli occhi
pensosi
intensamente azzurri
ereditati dal mare,
lei che fu un giorno sorella
– ahimè mortale –
di Core,
con essa amica pure di papaveri
di intrecciate ghirlande di maj
e di rondini attese impaziente d’oltremare.
Caducità dei nostri giorni stagione breve del nostro essere
mi trafiggi il cuore
mentre sulle rive mediterranee
respiro essenza di sale
e brezza di mare
e il mio sguardo si perde
ai confini del cielo.
Vorrei essere uccello.
Volare in alto o smarrirmi nell’immenso
ignorando 1 mutamenti del divenire
e l’oscura morte
che attende immota immutabile
quando le solari cicale
non canteranno più per me
nè i grilli notturni,
nè celato nell’ombra di un albero amico
un solitario usignolo
a stupire le stelle
con melodioso dispiegato lamento,
nè cullerà l’ora indolente
dell’assolato mezzogiorno silenzioso
di un solstizio d’estate
o uno struggente glorioso tramonto di fuoco
o l’alboreo pallore del giorno
nascente
lo sciacquio senza tempo
ininterrottanente fluttuante
dell’onda ionica,
nella sicula isola
diletta al sole
mia patria,
sono invece fugace ereatura
terrestre
consapevole del breve fuggitivo mio giorno
effimero
e soffro
per gli affetti sepolti
il solitario presente
e i giorni futuri
che non vivrò,
il cieco non essere.

